Stazione Paradiso

Archivio della Categoria 'Il bello della vita'

25 febbraio 2010

Quando il fisico rischia di mollarti

Ieri giornatona, serata con duplice appuntamento: partitona di Coppa più festa di compleanno a seguire con musica anni setta-ottanta. Ho ballato, ho parlato, ma verso la mezzanotte ho sentito che era finita la benzina.
Quando mi sono guardato allo specchio dell’ascensore di casa mia ero vicino ad uno svenimento.
Sono caduto in catalessi in un groviglio di lenzuola e coperte. Stamani mi sono reso conto che non mi ero nemmeno tolto le calze.

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19 febbraio 2010

Il bacio virtuale

Fai di avere una ex datata di almeno di una ventina d’anni che occassionalmente hai rivisto l’estate dello scorso anno.
Fai che a quella persona tu, cioè io, ci pensavi senza date fisse riconducibili ad anniversari od ad eventi di particolare interesse, insomma in questi vent’anni la Magilla è ritornata spesso negli anfratti dei miei sogni o semplicemente nel pensiero occasionale della mente che pindalicamente vola sulla vita.

Ci siamo visti alcune volte, dandoci la mano e coccolandoci come solo due amanti possono fare; ho perso anche il compleanno agostano della mia mamma tanto eravamo “persi” nella chiacchiera veloce, dal lampo folgorante dei nostri occhi.

Abbiamo capito che, come nei più banali romanzi rosa, i nostri cuori pulsavano in modo diverso.
Le bugie alle persone di cinquantanni pesano come macigni; nasconderci alle persone che attualmente ci sono vicine per rivivere delle emozioni ci è sembrata un’onta che non potevamo sopportare.
“-Ci vediamo…-”
Così ci siamo lasciati.

Ci siamo sentiti alcune volte al telefono per organizzare un aperitivo ma la sorte non ha voluto che sino ad oggi si sia posto in concreto quel momento tra noi.

Ieri, verso la sera, trilla il mio cellulare nell’accettazione di un messaggio.
Leggo:
Mittente: Magilla
Testo: Un bacio.

La vita è un affaire difficile, ma ci sono persone che la rendono più “vivibile”.

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2 febbraio 2010

Il Taviani che puzzava di pittura, parte 2a

continua

Salendo le scale tra un piano e l’altro di un qualsiasi condominio dei giorni nostri si percorrono due scale. All’epoca dei miei nonni le rampe erano tre, seguivano il perimetro del vano scale lasciando libero accesso ai due appartementi che si trovavano sul lato in piano. Al primo piano di via Camozzi, 70 c’era la sartoria di mio nonno, dapprima solo bottega poi per necessità d’amore divenne casa-bottega. L’atelier esordì nel 1919 con cinque nerissime Singer ed altrettante lavoranti, il pret a porter era lontano anni luce. Si imitavano i modelli delle riviste di moda, si ritoccavano i capi secondo il cambio di taglia ed infine per i meno abbienti si rivoltavano giacche e cappotti.
La bottega del nonno si trasformò in abitazione semplicemente spostando le macchine da cucire dal’ultima stanza dell’appartamento trasformando così quel locale in alcova, il locale che lo precedeva divenne la stanza delle prove, piena di specchi; andando a ritroso un grande locale divenne il laboratorio, là c’era un grande tavolo dove il nonno “tagliava” la stoffa dopo aver disegnato sul tessuto con il gessetto bianco forme appiattite di maniche o di gambe, la nonna “imbastiva”, venivano quindi applicati degli strati di tessuto ecrù nelle zone idonee per dare maggior consistenza e cuci e ricuci finalmente la giacca dava un senso alla sua esistenza. I revers del collo venivano applicati di seguito, le asole che si maritavano con i bottoni venivano scrupolosamente “orlate” dalla nonna; una lavorante si occupava solo dei pantaloni, dopo il taglio del nonno, ma questa è una cosa che non mai capito. Con malizia mi vien da pensare che in epoca sartoriale la domanda che veniva posta ad un uomo era: -”Dove batte? A destra o a sinistra?”- Il misterioso soggetto che avrebbe dovuto “battere” era il pene che notoriamente ha una sua abitudine logistica e forse per gelosia o pudicizia c’era altrui persona che si occupava dei pantaloni che all’epoca erano solo diritto degli uomini.

La cucina funzionava secondo appuntamenti. Se c’erano delle prove si cucinavano cibarie che non potessero dare l’idea che quella oltre ad essere una sartoria fosse anche una casa.
Quando invece la casa-bottega era solo in produzione dalla cucina economica arrivavano profumi di paste ripassate in padella, quasi fritte, ed ancora crocchette di patate, il rostbeef con il prezzemolo e l’aglio, la pasta e fagioli che tanto faceva ridere il nonno per gli effetti collaterali. Ricordo tanta serenità, ricordo il sole che entrava da quei vetri che poco avevano a che fare con la trasparenza, già anche i vetri delle finestre erano fatti manualmente ed era impossibile produrli dello stesso spessore per tutta la loro linearità, quindi in alcuni punti erano leggermente più spessi dando quindi una sensazione ottica d’ingrandimento, mentre in altri erano stati piombati perchè all’epoca se si rompeva un vetro si sostituiva solo la parte lesa saldando il resto del vetro integro con una colata, sottilissima, di piombo.
Nella casa aleggiava l’odore del toscano del nonno, talvolta il fumo era così persistente che si poteva palpare; detestavo quella puzza come i baci che il nonno che mi schiaffava in faccia con l’odore acre del tabacco, ma evidentemente se ancora oggi ne parlo è stato un uomo che ho molto amato ed il fumo è diventato anche un mio vizio.

La minestra della nonna.
Lavorando dove poi si mangia si ha una dimensione del tempo che non ha limiti nelle cotture dei cibi. La nonna sapeva fare solo una pietanza: la minestra, che detto così sembra uno sfottò, ma non è assolutamente vero. Dalla sua la nonna aveva il tempo che a quell’epoca era un bene non molto stimato infondo c’era e la frenesia dello stress era anch’essa lontana. I componenti della minestra erano quelli che anche oggi possiamo trovare dal verduraio: patata, carotola [intesa come carota nella dizione italiana], sedano che cuocevano nella stessa pentola, una sorta di fiasco in metallo, l’acqua sobbolliva così lievemente nel buco lasciato libero dai cerchi concentrici della cucina economica che non se ne sentiva il borbottio, ma i profumi dopo poco tempo erano netti. La carota ed il sedano dopo lunga cottura venivano tolti mentre la patata si era completamente sfaldata venivani aggiunti degli spaghetti spezzettati per la bisogna e continuava così la cottura. Il risultato era densa minestra, eterea, profumata; una banale minestra che pur impegnandomi non riesco a riproporre seppur aggiungendo un pezzo di dado che la nonna ovviamente non conosceva in qualità di donna ottocentesca.
Ma il Taviani?
…era un pittore che talvolta dipingeva alla porta accanto e…
a domani

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1 febbraio 2010

Il Taviani che puzzava di pittura

La mia storia nasce nel centro di Bergamo, meno trafficata di ora, ma certamente già in pieno sviluppo urbanistico.
La casa dei miei nonni.
Lo stabile, grigio e cementoso, aveva tre piani; era stato costruito agli inizi del secolo scorso secondo lo stile che a quell’epoca andava tanto di moda: il portone d’ingresso aveva ad ogni lato delle colonne neoclassiche, ogni finestra aveva delle architravi triangolari ma tutto era tristemente plumbeo. Nei miei ricordi a far forza sulla tristezza architettonica ci sono gli odori di quella casa che ora è sede della Confindustria cittadina.
La casa aveva tre piani, il terzo era solaio che con molta sobrietà portava in facciata le stesse architravi che sovrastavano le finestre di tutto l’edificio.
Al piano terra c’era un ciclista, inteso come un venditore di biciclette. Colleoni era il suo nome, vendeva un marchio già famoso: la Bianchi.
Le sue vetrine erano tre o quattro, le biciclette facevano bella mostra dietro i vetri come un’utilitaria dei giorni nostri. Correvano i primi anni degli anni ‘60. Del Colleoni ricordo gli odori delle coperture. In alto rispetto alle biciclette esposte c’erano le “gomme” che eselavano il tipico odore della vulcanizzazione che già si sentiva dal marciapiedi.
Superato l’austero portone c’era l’ingresso alla casa. Subito a sinistra c’erano le scale per salire ai piani superiori, continuando nel ciotoloso cortile era ben visibile una discesa brusca. Là sotto c’era l’officina del Colleoni. Le biciclette erano un bene prezioso e spesso andavano in riparazione. Le strade, probabilmente, non in perfetta condizione oltre a forare i copertoni creavano seri problemi ai telai. Un mantice sempre acceso sulla fucina consentiva saldature o adattamenti per salvare un bene così prezioso: con la bicicletta si andava a lavorare, con la bicicletta si andava a passeggio tenendola con una mano sullo snodo del manubrio: uno status simbol d’antan. Dell’officina ricordo l’odore del freddo, GianCarlo era l’unico operaio. Questo pover uomo lavorava nella semioscurità, il suo volto era segnato dal nero del carbone che bruciava nelle fucina, il suo corpo avvolto nella tipica tuta azzurra dei meccanici di una volta. C’è, di quel girone dantesco, un ricordo che è indelebile: sono gli occhi bianchi ed i suoi denti che risplendevano in quell’antro oscuro.
Ma il Taviani del titolo?
Quello stava al primo piano, sullo stesso pianerottolo dei miei nonni.
A domani.

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28 gennaio 2010

Il fratellino al suo primo ballo

Questa sera il fratellino di Stazione Paradiso si presenta al pubblico.
Mail list, contatti personali e fatica hanno portato questo evento alla sua nascita.
Non pensavo fosse così articolato il parto d’un evento ma ciò è stato.
Inserire 11 opere d’arte, con programmazione anticipata, all’interno di un locale pare essere banale ma sono a dire che è il contrario. Il backstage, che notoriamente non è visibile al pubblico, crea adrenalina e cerca conferme in quello che sino a qualche minuto prima pensavi essere semplice e quasi scontato per le notti passate alla ricerca del perfettibile.
Sicuro di un sudato successo: Prosit!

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13 gennaio 2010

Stazione Paradiso ha un fratellino

Nasce qualche mese fa ed ha superato lo svezzamento, con l’anno nuovo è pronto a correre.
Binario Arte

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17 dicembre 2009

Il calendario Pirelli tra mito e trasgressione

Con queste parole Leopoldo Pirelli chiuse la sua attività imprenditoriale:
« Ogni età ha i suoi doveri, alla mia tocca quello di ritirarsi dal proscenio. E io oggi considero un privilegio il poter adempiere tranquillamente a questo dovere. »

Prima di volare verso il cielo immenso aveva già imposto le sue volontà per l’azienda di famiglia.

La foto di copertina già inneggia alla bellezza femminile tanto da creare il mito del calendario che ancora oggi profuma di odore tabacco da club riservato.
Ma la rete ha i suoi mezzi!

Terry Richardson è il fotografo artefice in quel di Bahia dei dodici mesi più sexy e riservati dell’anno nuovo.

Anche i bradipi avranno il loro momento di gloria; basterà attendere settembre

Le ciliege sono cult nell’arte della seduzione e perchè farsele mancare

Ottobre andrà di fondo schiena

E quando il fango ci sommergerà avremo di che consolarci

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25 novembre 2009

La famiglia Cerea raggiunge i doverosi allori

Dietro a questo sontuoso ingresso di Santa Maria delle Grazie ancora oggi c’è l’oratorio con un campo sportivo. La chiesa di trova a pochi metri dai Propilei di Bergamo bassa considerati da sempre come zona d’accesso ai mercati cittadini d’antan , mentre in tempi moderni i vari navigatori satellitari vi diranno che quello è il target d’arrivo in città. Ma torniamo all’oratorio o meglio al selciato ghiaioso del campo di calcio. Mio padre nasce nel 1931, Vittorio Cerea nel 1936, luogo di aggregazione l’oratorio sopra descritto, gli anni della frequentazione quelli del dopo guerra. I gap d’anzianità a quell’epoca non erano importanti, specie se il contendere pomeridiano era una partita al pallone, già ma quale pallone? Semplice, un cartoccio di carta mal trattenuto da fortuiti elastici. Così i “ragazzi” del centro crebbero all’interno della più blasonata chiesa cittadina. Vittorio, appena adolescente, fu preso come garzone presso un fruttivendolo posto alla destra della chiesa, papà mio ebbe la fortuna di non dover lavorare in giovane età.
Quando io divenni grande ed a mio padre raccontai delle mie visite (una o due sia, ben chiaro) dal “Vittorio” (ovviamente a due passi dalla Chiesa e dall’oratorio) , lui mi diceva semplicemente: – Salutalo e degli che ci vediamo per la Messa di Natale alle Grazie.-
Mio padre aveva sulle spalle tre eventi epilettici dai quali se ne uscì solo con un intervento di grande importanza al cervello; Vittorio, seppur più giovane di mio padre, fu colto dal ronzio fastidioso del tumore
Forse stanno giocando ancora con una palla di carta e forse un poco più lentamente.

Ai Cerea i complimenti per la bella notizia pluristellata.
Chapeau!

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5 novembre 2009

Mario Biondi tra musica e marketing

Vincere un disco di platino (70.000 copie) ancor prima di “uscire” con il cd era cosa impensabile sino a qualche anno fa; ora con le prevendite tutto questo è possibile.
Domani If sarà disponibile nei negozi.
Ho visto un un suo concerto nel 2008 e scommetto un cent che anche l’ultima produzione sarà un successo, non solo d’incassi come già imposto dalle prevendite ma dalla piacevelezza del suo mix musicale composto da tessiture musicali di comprovata eleganza ed una voce che rasserena l’anima.

Be lonely è l’anteprima:

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21 ottobre 2009

Alberto Testa. Repetita iuvant.

Quando, quando, quando.

Grande, grande, grande.

Grazie Alberto.

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