Stazione Paradiso

Archivio della Categoria 'I cinque sensi'

21 gennaio 2010

La galaverna, il freddo che attanaglia il cuore

Non vorrei che questa mia disquisizione fosse un discorso d’ascensore imperiato sui fatti quotidiani, ma fa un freddo prepotente.
Incontrando i più vecchi e forse meglio temprati vedi nei loro sguardi il back to the future, quando c’erano le nevicate di oltre un metro, le nebbie importanti ed il freddo che fa sbattere i denti e loro ti guardano come tu fossi un pischello che ancora deve fare strada metereologica.
In terra orobica la galaverna si è maritata con i rami delle piante ormai nudi, di giorno in giorno il suo spessore aumenta come fosse un amore da dichiarare.
Una persona che stava al mio fianco parlava del freddo che “ti fa far male al cuore”, in questi giorni ho capito di cosa parlava.

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22 luglio 2009

Mario Zalambani: l’uomo che cerca moglie

Cammina per le strade con una busta in mano, dentro c’ è tutta la sua esistenza in offerta speciale. Stringe il suo “curriculum” anche se quello che cerca non è un lavoro, ma la donna della sua vita. Nell’ era di internet, facebook e rapporti virtuali, Mario Zalambani da 15 anni cerca l’ amore per strada, batte cittadina dopo cittadina il Piemonte a caccia dell’ anima gemella. E quando lungo il corso, tra chi lo guarda come un matto e chi sfugge trovandolo inopportuno, scorge un sorriso e uno sguardo che lo incatena, offre quella che chiama la sua «pubblicità» con dentro curriculum e il suo numero di telefono. Aria distinta, un impiego sicuro nella pubblica amministrazione, 55 anni, celibe e senza figli, adora il cinema e disegna caricature e tavole a fumetti. E resta sognatore nonostante i risultati. In tutti questi anni qualcuna gli ha telefonato solo per curiosità. Molte, dice, non hanno avuto il coraggio. «Le donne hanno paura, temono di essere prese in giro». Lunedì sarà ad Ivrea, come raccontano le cronache de La Sentinella del Canavese, in cerca della sua donna. «Una signora tra i 45 e i 60 anni che voglia spezzare con me la solitudine». Al primo sguardo, senza computer di mezzo

Lunedì non potrò essere ad Ivrea ma a Mario offrirei volentieri un caffè. Fors’anche perchè c’è un “Mario” d’antan di Jannacci che prevede un fazzolettino di carta.

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8 maggio 2009

Nefertiti: tanto bella quanto forse falsa

Incredibile.

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23 gennaio 2009

Gli auguri al mio diario quotidiano

Questo diario ha compiuto il suo secondo anno, due giorni fa. Lo aprii per necessità. Volevo passare del tempo con una persona amata ma l’amore era svanito come un soffio fa disperdere un tarassaco in fiore.

Mi trovai con un monitor, degli amici che mi consigliarono e tutto ebbe inizio.

L’incipit del pezzo d’apertura fu questo:
Racconterò delle notti insonni a guardare felice le stelle, di altre notti trascorse ad odorare la femmina stesa al mio fianco, dei giorni tristi, dei sogni avverati e delle devastanti cadute.
Sarà interessante riportare alla memoria quanto è rimasto nel limbo celebrale, come una stella filante lanciata verso il futuro.

Questo schermo mi è stato fedele compagno per 466 “pensieri” giornalieri, 120 mila lettori sono passati per curiosare o per leggere.
Grazie caro diario.
Ora dovrei citare i pezzi che più mi sono piaciuti o interessati. Ma subito alla mente ritornano le persone che non potranno più raccontarmi le loro storie perchè mi hanno preceduto nello spegnersi della vita.

La mia vita è faticosa, dura, talvota opprimente e sono certo di non essere l’unico a dover portar queso fardello quindi non mi lamento.

Sarinsarella è il mio carburante quotidiano, come non ringraziarLa.

Ringrazio con un fiore, il mio preferito, tutti coloro che sono passati in questa stazione paradisiaca.

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18 dicembre 2008

Un giorno curioso

Dovrò subire un intervento di tonsillectomia, una volta nella vita può andare bene…la seconda è altrettanto bene non cercarla, così stamani mi hanno convocato per quella che si chiama visita di prericovero con esami ed accertamenti di laboratorio che sino a qualche anno fa immobilizzavano un paziente inutilmente in ospedale per giorni e giorni e soprattutto con costi gestionali per la Sanità fuori da qualsiasi logica relegata al buon senso.
Tra un prelievo del sangue ed un elettrocardiogramma prima di recarmi in visita dall’anestesista (non è un errore ortografico…è femmina, giovane e carina peccato che non sia italiana ed abbisogni di un’infermermiera-traduttrice…quando si trova a trascrivere nel documento l’unico mio intervento chirurgico subito va quasi in panico: cisti al coccige…l’aiuto io mostrandole un precedente documento sul quale è riportata cisti coccigea; quella parte di fondo schiena temo sia ancora un bel problema per la bella anestesista: coccige o coccigea) trovo il tempo per un caffè ed una agognata sigaretta.
“Guido,Guido…ti ho visto su Internet!”
Chi interrompe i miei godimenti è persona cara che conosco da tanti anni e porta il camice bianco da lungo tempo. “…stavo cercando il Burj al Arab e mi sei comparso tu!”
Si complimenta con me mentre ci accomiatiamo; lui sardo ma ormai continantale-orobico da molti decenni con quel sorriso “bianco smagliante” non sa che la mia visita a seguire è con un’otorino ( oggi tutte femmine!) di cognome Sanna e sarà un anellarsi di coincidenze. La corvina otorino appena mi riceve passa al “suo” dunque: -”…ho letto che lei di professione fa l’odontotecnico, quindi cosa ne pensa delle vetro-ceramiche…ne ho fatte due e la prima corona si è spezzata a luglio mentre la seconda venerdi scorso…stavo mangiando del pane carasau…io sono cresciuta tra dentiere e corone…mio papà era odontotecnico.”
La Sanna nel frattempo si ricorda che deve visitarmi, scioglie i nerissimi capelli e s’infila in testa lo specchio frontale mentre controlla le mie mal ridotte tonsille…”dica aaaaaaaaa…” poi scusandosi mi strattona lingua e: “…dica eeeeeee”. Terminato il suo compito ritorna a bomba sui suoi denti, io spaventato dal futuro intervento che domando la morfina per il dolore postoperatorio, entrambi eccessivi nel proprio ego.

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9 dicembre 2008

Piero mi guarda, dall’alto.

In Italia probabilmente i fumatori di sigarette Nazionali Esportazione saranno un migliaio o forse meno. Uno di questi oggi poggia sulla fredda terra. Il mio amico Piero se ne è andato beffato da una esplosione tumorale che in brevissimo tempo ha acceso nel suo corpo tante mine devastanti quante le palline colorate su di un albero di Natale.
Un colloquio quasi quotidiano con Lui mi aveva portato a conoscerlo anche negli antri più nascosti, Lui che ripudiava quel “male del vivere”, quelle strane sensazioni che rendono la vita impossibile. Soffriva di ansia e di attacchi di panico. Me lo disse solo dopo che io ne parlai a Lui con riferimento alla mia persona. Quando con precisione gli riferivo dalla “fisicità dell’ansia”, dei suoi morsi allo stomaco, del completo disagio che s’impossesa del tuo corpo…Lui rispondeva…-”Anche a te?…”- Ed infine un poco si rilassava. Spesso si discuteva sull’uso del farmaco più conosciuto per combattere questa fastidiosa morte appoggiata sulle spalle. Dall’ansia non se ne esce, nemmeno parlandone, quindi fu un argomento che scemò dai nostri discorsi.
Della sua breve vita ne scrissi nel luglio dell’anno scorso:

Il mio amico Piero ha chiuso l’anno scorso la sua fabbrica di biciclette a causa della selvaggia concorrenza cinese. Quando consegnò le chiavi all’impresa edile che aveva acquistato l’area si emozionò, pensò al padre Rico, fondatore dell’azienda, a tutto un pezzo di vita dedicato alle biciclette, al suo Toscano fact totum e gentile; mise le chiavi sul palmo della mano dell’impresario e a quel punto sentì il mento fremere. Il magone ebbe il sopravvento.

Della sua interessante quanto generosa esperienza nell’America Latina e soprattuto con parole Sue c’è tutto il pezzo nell’archivio.

Nell’anno in corso la sua salute si è fatta gracile. Dopo l’inarrestabile ansia sono subentrati altri piccoli problemi circolatori tanto da farlo camminare con il bastone. Bastone che non nascondeva ma anzi che portava con classe ed un portamento tipicamente trinacreo, con le due mani appoggiate sull’ansa superiore come s’usa fare nella Sua amata Sicilia.

Oggi sfiorando la Sua bara ho pensato che un giorno ci ritroveremo in quella grande baraonda che è l’aldilà, me lo vedo, il Piero, che una volta arrivato a destinazione aprirà con calma il suo pacchetto verde di Nazionali Esportazioni, con un colpo d’unghia…quel tanto che serve per alzare la stagnola di chiusura e poi con circospezione, sì lo vedo, lo vedo staccare la fascetta dei Monopoli di Stato e riporla nella plastichina che avvolge il pacchetto. Ed infine con il suo baffo malandrino e sornione lo vedo che sta ordinando un Negroni…-”Mi raccomando fatto bene!“-

Ciao Pierino.

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23 ottobre 2008

Il registro di classe del professor Cuomo

Insegnare sembra all’inizio una cosa facile ed al contempo gratificante. Dovendo impartire lezioni che ruotavano intorno al mondo dei denti fu per me assai difficile trovare un approccio ideale con il miei “discepoli”, mi mancavano tutte quelle basi che anche solo un maestrino porta come bagaglio culturale ad inziare dalla pedagogia sino alla sopportazione bella e buona perchè le giornate sbagliate non le hanno solo gli ascoltatori ma anche chi dovrebbe tenere lezione. Il primo anno fu abbastanza facile, mi fu assegnata una classe di giovanissimi quindicenni molto timorosi e preoccupati di capire tutto e subito. Il secondo fu più difficile perchè godevo di preoccupanti attenzioni da parte di un paio di ragazzine con l’evidente minor età conclamata.
Insegnai per 5 anni adottando il comportamento più ovvio secondo il mio concetto d’insegnamento ovvero quello di trascinare nell’interesse comune gli ultimi abbandonando i più capaci ed intelligenti. Avendo poi come fardello sulle spalle una biennale esperienza come studente in quel di Milano con l’allora politically corrent ignobilmente chiamato sei-politico mi imposi l’uso di tutta la possibile numerazione per l’esercizio della valutazione: dallo 0 al 10. Il n.c. ovvero non classificabile era ascrivibile solo a fintate alla notte in bianco a causa di dismennorrea o ad evidenti segnali di malattia in corso: travavo infatti illogico e poco mediabile una valutazione che partisse dal 4 per arrivvare ad un agognato 7. Così mi comportai per quegl’anni ed il rapporto con i trenta rstudenti mi diede l’ennesima conforma che all’interno di un gruppo più o meno folto ci sono sempre gli stessi spaccati sociali: il furbo e lo sciocco, l’onesto ed il malandrino, l’educato ed il cafone; in entrambe i sessi sia ben chiaro.
Ricordo l’esperienza dell’insegnamento come veramente qualcosa di positivo e negli anni a venire rivedendo i miei ex studenti nel loro richiamato (…io non li riconosco!) saluto vedo il piacere di quel momento che tanto facilmente potevano evitare.
Nella memoria ho ben fissi due episodi che hanno contrassegnato quei tempi. Il primo, drammaticamente spiacevole, fu che tutto il collegio scolastico non s’accorgesse di un evidente disagio del vivere di un giovane ragazzo che solitariamente scelse la via più breve per porre termine alle sue sofferenze interiori ed il secondo, quello sì smaccatamente visibile, era l’uso di sostanze stupefacenti nei bagni scolastici. Correvano gli ultimi lustri degli anni ottanta. Come fare per arginare un fenomeno ancora agli arbori negli ambienti scolastici, come rendere poco credibili due imbecilli che rientravano in classe con la sola volontà di esibire il loro essere “giusti”. Io adottai una tecnica semplicissima: riaprivo il registro di classe con fare rumoroso e già questo poneva in allarme l’intera comunità scolastica poi con un voluto clic della penna siglavo con calma qualcosa. Chiamavo poi fuori aula i tossici e l’invitavo a prendere nota che per quel mi riguardava erano assenti da almeno un’ora, quindi di portarsi fuori dall’istituto. Operazione accordata con i bidelli che attentamente contrallavano la fuori uscita degli individui e poi ripresa delle lezioni non prima di aver chiesto se sapessero perchè erano assenti Tizio e Caio. Gli occhi degli altri studenti si abbassavano immediatamente e per quel che mi riguarda durante le mie lezioni mai più fu fatto uso di sostanze stupefacenti.
Mi sento tanto una maestrina deamicisiana… ma polso e fermezza almeno nell’ambiente scolastico possono controbilanciare un lassismo spesso conclamato nell’ambito familiare.

In questi giorni un esiguo numero di studenti è in sciopero e ben fa l’attuale governo ad imporre che i picchetti per evitare l’ingresso nelle scuole non sarà consentito ed ancora imporrei ferme, quanto coercitive posizioni nei confronti dei cortei non autorizzati dal Prefetto, detto questo gli studenti protestano contro la legge 133 e la riforma Gelmini.
Sicuro del solo infarinamento politico dei pochi mi preme citare quanto segue per un evidente aiuto sociale alle famiglie in termini di costi scolastici:
1. A partire dall’a.s. 2008/09, nel rispetto della normativa vigente e fatta salva l’autonomia
didattica nell’adozione dei libri di testo nelle scuole di ogni ordine e grado, tenuto conto
dell’organizzazione didattica esistente, i competenti organi individuano preferibilmente i
libri di testo disponibili, in tutto o in parte, nella rete internet. Gli studenti accedono ai testi
disponibili tramite internet, gratuitamente o dietro pagamento a seconda dei casi previsti
dalla normativa vigente.
2. Al fine di potenziare la disponibilità e la fruibilità, a costi contenuti di testi, documenti e
strumenti didattici da parte delle scuole, degli alunni e delle loro famiglie, nel termine di un
triennio, a decorrere dall’a.s. 2008/09, i libri di testo per le scuole del primo ciclo
dell’istruzione, di cui al decreto legislativo 19.2.2004, n. 59, e per gli istituti di istruzione
secondaria superiore di secondo grado sono prodotti nelle versioni a stampa, on line
scaricabile da internet, e mista. A partire dall’a.s. 2011/12, il collegio dei docenti adotta
esclusivamente libri utilizzabili nelle versioni on line scaricabili da internet o mista. Sono
fatte salve le disposizioni relative all’adozione di strumenti didattici per i soggetti
diversamente abili.

Libri on line, gratuiti…cose dell’altro modo…no! come ben si legge; diminuzione del personale statale nelle scuole di primo grado…ma come può essere? Si può e si farà con mia grande soddisfazione e come dice il caro Renato, papà di Tommaso: qualche colpetto da parte delle Forze dell’Ordine alle parti molli dei picchettatori non farebbe niente male

La legge 133 è qui.

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20 ottobre 2008

La scuola secondo il professor Cuomo

Con una logica tutta mia si è partiti dal Maestro Manzi passando poi ad una scolarizzazione tanto statalista da poterla definire squola.

Il mio primo conto corrente bancario fu intestato a: Prof. Cuomo Guido. Quando arrivò il primo estratto conto il portinaio, che aveva anche il compito di distribuire la posta ovviamente dopo aver ben curiosato, non solo si stupì della missiva ma anche dell’errato altisonante grado al quale ero stato posto. Avevo 24 anni, robina di più di un quarto di secolo fa, e per un giovane come me avere la busta della banca per il buon Taddeo- portinaio burbero- era una cosa così strana (… aveva fiutato come solo sa fare un portinaio che all’interno c’era un estratto conto! ), vederci anche scritto professore di fianco al mio cognome son certo che gli procurò qualche disturbo gastrico.

Mi sia concesso un flashback, quasi in bianco e nero.

Come già detto altre volte i miei primi approcci scolastici sono a carico di enti ecclesiali: le suore avevano una grande tonaca nera sulla quale penzolava a forma di poncio una grembiulina a douple face bianca, i preti avevano lo stesso gusto sartoriale: nero il vestito e bianco un colletto dispettoso a guarnizione della camicia che spesso usciva dalle opportune sedi della camicia senza collo.
Quando arrivai nella scuola pubblica poco cambiò per la mise dei maschietti: abito pesante nero e liso sui glutei ed anche sui gomiti in periodo invernale mentre con l’avvento della primavera il tessuto cambiava ma non cambiavano i connotati: il tessuto era consunto negli stessi punti; la camicia o forse tre: una indossata, l’altra in fase di lavaggio e l’altra ancora in attesa di un’apprettatura ovviamente di colore bianco sempre con il colletto sfilacciato dalla rasatura mal eseguita. Le professoresse quelle no! Come le suore vestivano uguale ma avevano il vezzo di poter cambiare colore al proprio abito. Tutte, ma tutte davvero, indossavano un tailleur modello Chanel copiato molte volte anche dalla mia nonna sarta. Gonna rigorosamente sotto il ginocchio e giacchino senza collo dello stesso tessuto della gonna, spesso a rombi, talvolta con un motivo alla moda del Principe di Galles ma smaccatamente grande.
Lasciando correre la memoria come dimenticare la nobiltà con la quale la professoressa d’inglese nella pausa dell’intervallo di mezza mattina sull’allungava sulla seggiola e s’accendeva una sigaretta con aria sognante, spesso anche noi alunni la sognavamo of course senza Chanel.
Come non ricordare il professore di matematica che imponeva rigidamente un comportamento consono con l’istruzione quasi fosse un aio, quindi postura educata nella seduta sul banco, cura della persona e guai ad avere i capelli che toccavano il colletto della camicia ed ad avere un quaderno di matematica sgualcito.
Era anziano, portava lo stesso vestito sia in autunno che in inverno. Era scuro e la camicia che l’accompagnava era sempre bianca, delle cravatte non ho memoria ma ricordo che in primavera si concedeva un vezzo imposto dai primi tepori: rivoltava il polsino bianco della camicia sulla giacca quasi volesse arieggiare quel vestito liso e troppo pesante.
Lorenzi, Professor Lorenzi si chiamava. Qualche alto vertice del Ministero della Pubblica Istruzione probabilmente impose l’insegnamento del sistema binario, quello per il quale si muove questa macchinetta. Lui non riuscì, forse per l’avanzata età o per un’ idiosicrasia al nuovo che avanzava, a trasmetterci le conoscenze “binarie” a Lui piacevano le cose logiche come la geometria fatta di forme e di formule facilmente riconducibili alla vita vissuta. Ai bit negli anni a venire ci avrebbero pensato complessi programmi informatici, correvano i primi albori degli anni ‘70 e forse era veramente prematuro il binary digits.
Il pesante sipario dei ricordi mentre lentamente scorre verso il centro del proscenio mi impone di fare altri cognomi. Del già citato Prof. Lorenzi doverosamente devo aggiungere che per meri fini pensionistici finì pochi anni dopo la sua carriera d’insegnante di matematica presso il liceo scientifico di Stato; l’affascinante teacher d’inglese di cognome Bazerla continuai a vederla scorrazzare per le vie della città con il suo Maggiolino arancione molto english fashion, della professoressa d’italiano Zanchi, rugosissima e spesso eccessivamente cipriata, venni a sapere della sua dipartita dalla mia nonna sarta che quasi piangente aveva perso una delle sue ultime clienti che amavano il tailleur d’antan. Rimane nella memoria la professoressa di educazione artistica: una donna piccina sempre con il camice di un color rosa marcato: per Lei l’aula scolastica era il suo atelier, quel suo femmineo grembiule le conferiva autorevolezza tanto che a distanza di 35 anni ricordo ancora la preparazione che ci impose per la visita a Verona della Basilica di San Zeno. Grazie, professoressa Brandilotti.
Si può forse dimenticare il nome del preside delle Scuole Medie “Petteni” di Bergamo?
No! E per due seri motivi: il primo è che sfortuna volle che uometto poco più alto dell’ultimo Re d’Italia avesse come come cognome: Grando ed il secondo perchè lo stesso grazie ad una sospensione dalle lezioni per ben tre giorni, con tanto di genitori convocati, mi impose una insufficienza in condotta, anzi, a dire il vero, “ci” impose questa dura lezione.
Bocciati in condotta.
Cosa portò a cotanta reprimenda?
Un poco mi vergogno…mi sento vecchio quanto un personaggio del più famoso libro di De Amicis.
I fatti: siamo nel 1971 e le sezioni scolastiche femminili e maschili sono “a tenuta stagna”; rispetto all’ingresso dell’edificio scolastico alla destra ci sono le classi del gentil sesso mentre alla sinistra ci sono i ragazzini, i ragazzetti ed i “quasi” uomini.
Primavera. Alberi in fiore e qualcosa dentro le mutande che pretende di non vivere di sola autosufficienza. Tre “quasi” donne di un facoltoso rione cittadino che scherzano con altrettanti coetanei, ma la campanella dell’inizio lezioni suona ferocemente ponendo temporaneamente fine alla naturale e reciproca scarica ormonale. Di gran fretta ci si da un appuntamento presso l’aula magna durante l’intevallo di mezza mattina. Due bidelli, così si chiamavano allora, e due bidelle si posizionavano nel tratto di corridoio che avrebbe consentito degli incontri indesiderati, nel mezzo l’aula magna con gli animali imbalsamati e quelle piccole apparecchiature idonee per la spiegazione dei rudimenti della fisica.
Accadde, sì accadde che in quella mattina di fiori nascenti, di inaspettate sensazioni e secondo diversi escamotage ci ritrovammo nell’aula magna prima che suonasse la campanella della pausa mattutina. Non successe ovviamnente nulla, eravamo solo felici di essere lì, l’ilarità prese il sopravvento sulle fastidiose, quanto inconfessabili necessità adolescenziali e tutto finì in una fragorosa risata che fuoriuscendo da sei bocche risultò facilmente udibile dalle maestranze poste alla sorveglianza della ferrea separazione dell’incontro fra i sessi.
Lì finì il percorso scolastico di tre baldi giovani pronti alla licenza dalle scuole medie superiori.
Dell’anno successivo, ripetuto scolasticamente presso lo stesso Istituto è inutile raccontare delle attente cure con le quali fummo seguiti ed osservati.
La Zanchi, la Bazerla, la Brandilotti ed il buon Lorenzi nulla poterono contro l’insufficienza in condotta.
Bastò lasciar passare il tempo. Le tre “concubine” dell’aula magna passarono l’esame di licenza media con una gratifica come fosse necessario un lasciapassare quasi fossero state violentate tra castori imbalsamati e verghe che poste al calore più o meno s’allungassero.
Correva il 1972, con tre “sfaccendati quindicenni” più alti della media di almeno dieci centimetri la squadra di pallavolo delle Petteni vinse i campionati regionali, così che andammo a Roma per le qualificazioni nazionali. La capitale nei miei ricordi è un grande albergo senza bidelli a far da sentinella.

Qualche anno dopo saltai dall’altra parte della barricata e divenni il professor Cuomo…

…continua

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16 ottobre 2008

La “q” della scuola

continua

…con una laurea poco confacente all’insegnamento, la nostra si mise alle prese per il conseguimento del secondo massimo attestato che l’istruzione pubblica o privata prevede. Letteralmente si mangiò molti esami, altri furono passati con meno successo, però arrivò al conseguimento della laurea in filosofia; con la stessa e con qualche punto in graduatoria, forse discutibile, fu assunta dal Ministero della Pubblica Istruzione. I contatti con i massoni continuarono come continuò, alzando il dosaggio, l’uso del Prozac; alzarsi presto per essere in classe ad alcune decine di chilometri fuori città creò un aumento del fenomeno ansioso. Potrei disquisire di bambini svegli di buon ora per recarsi a piedi all’unica scuola elementare di quello che oggi si chiama comprensorio ma che una volta era semplicemente il paese più popoloso, potrei anche dire che era evidente la mancanza di virtù montessoriana della “nostra” ma chi dall’alto più o meno “compassatato” decise per il meglio, il posto c’era ed era statale.
La “nostra” cadde in una profonda crisi depressiva e dopo sei mesi di malattia (la depressione!) una commissione medica confermò sia le insonnie che i capogiri ed anche le amennoree confortati dalla presentazione d’intonse mutande igieniche. Avvenne che la “nostra” a causa di gravi patologie non aveva ancora intrapreso la carriera dell’insegnamento venne spostata negli uffici del Provveditorato cittadino senza alcuna linea direttiva ed è infatti risaputo che per accedere ai bandi di concorso serva una laurea conforme all’insegnamento e filosofia lo è, ma in casi come questi dove uno statale che ha ottenuto i pieni titoli e non sia in grado d’insegnare una occupazione deve averla… ovviamente in un ufficio direttivo ed altrettanto ovviamente con la stessa laurea che di manageriale ha ben poco.
Lavorò anche lì poco dimostrando quanto l’assenza di partecipazione all’azione esplicativa del lavoro stesso creasse in lei un profondo stato d’angoscia.
Le fu “accorciato” l’orario di lavoro, le fu concessa una domanda di trasferimento, dove? Basta leggere la prima parte…insomma una massone depressa forse furba?
Domani finisce la squola con il mio racconto dall’altra parte della barricata:quello dell’insegnante.
…continua

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14 ottobre 2008

Alberto Manzi: l’abc della scuola

Vorrei raccontare di tre storie che s’intrecciano.
La prima riguarda tutto il popolo italiano, la seconda è la mia e la terza è di una femmina che per riguardo galante prenderà il mio posto e come un accompagnatore simbolico vorrei un pluri-laureato che insegno via etere i rudimenti dell’abc: il suo nome è nel titolo.

Italia, 1861, quindi (u)nità d’Italia: percentuale di analfabetismo circa l’80%:

ANNO PERCENTUALE DI ANALFABETI
1861 74,7
1880 47,5
1900 48,5
1920 35,2
1941 13,8
1950 12,9
1960 8,3
1970 5,2
1980 3,1
1990 2,9

…non furono certo gli Italiani a decidere per le proprie sorti con una scolarizzazione così bassa.

Ma non illudiamoci. Lo specchietto sopra riportato parla dell’Italia intera, se non vi fate tremare le gambe ecco la situazione di analfabetizzazione alcune regioni al 2005 stilato dall’UNLA:

Calabria 13,2%
Molise 12,2%
Sicilia 11,3%
Puglia 10,8%
Abruzzo 9,8%
Campania 9,3%
Sardegna 9,1%
Umbria 8,4%.

Come sempre coi numeri non ci si azzecca!

Il Maestro Manzi alfabetizzò l’Italia con il suo programma quotidiano: Non è mai troppo tardi. Ma quale Italia? Quella già provvista di televisore, quindi non tutta. Quando? Tra il 1960 ed 1968.
Io nel 1968 avevo dieci anni, avevo un grembiulino nero con un fiocchetto blu per recarmi a scuola e mentre la mamma ripuliva la cucina dopo il pranzo io facevo i compiti in sua compagnia; un cinguettio che ancora ascolto ma in orari differenti verso le 14 e 30 dava l’inizio al Gazzettino Padano, i quaderni profumavano di carta, le matite di legno: ovvietà si può pensare, come il profumo del pesce nel venerdi di magro, ma a ben pensarci io di tutti questi “sentire” non ne sento più parlare.
Questa era l’Italia del Cuomo pischello, voglioso solo di dare qualche pedalata alla sua Bianchi azzurrina in una giornata ottombrina come questa sempre e comunque dopo aver esercitato la mente con i compiti pomeridiani: di scuola in fondo si sta parlando.

Si era detto che volevo essere galante…quindi avanti la signora. Signora, mia coetanea, che io conobbi intorno ai trentanni, moglie di una persona a me vicina per motivi professionali, affetta da profondi quanto debilitanti attacchi di depressione; natia della dotta città italiana ma subito contesa da una precoce separazione familiare fu spesso impacchettata e spedita da Bologna alla Trinacria dapprima su carrozze ferroviare, poi con il vestito buono della festa accompagnata dalla hostess di verde vestita della compagnia di volo nazionale: la tratta sempre quella: Bologna-Trinacria.
Dopo tanta frequentazione siciliana sposò un siciliano che sfortuna volle dovette valicare il Rubicone per trovare occupazione lavorativa “sbarcando” nell’operosa provincia orobica.
La signora divenne immediatamente amica dei pochi (?) massoni della città ma quello che divenne il suo sostenitore quotidiano fu il Prozac

…continua

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