Stazione Paradiso

1 febbraio 2010

Il Taviani che puzzava di pittura

La mia storia nasce nel centro di Bergamo, meno trafficata di ora, ma certamente già in pieno sviluppo urbanistico.
La casa dei miei nonni.
Lo stabile, grigio e cementoso, aveva tre piani; era stato costruito agli inizi del secolo scorso secondo lo stile che a quell’epoca andava tanto di moda: il portone d’ingresso aveva ad ogni lato delle colonne neoclassiche, ogni finestra aveva delle architravi triangolari ma tutto era tristemente plumbeo. Nei miei ricordi a far forza sulla tristezza architettonica ci sono gli odori di quella casa che ora è sede della Confindustria cittadina.
La casa aveva tre piani, il terzo era solaio che con molta sobrietà portava in facciata le stesse architravi che sovrastavano le finestre di tutto l’edificio.
Al piano terra c’era un ciclista, inteso come un venditore di biciclette. Colleoni era il suo nome, vendeva un marchio già famoso: la Bianchi.
Le sue vetrine erano tre o quattro, le biciclette facevano bella mostra dietro i vetri come un’utilitaria dei giorni nostri. Correvano i primi anni degli anni ‘60. Del Colleoni ricordo gli odori delle coperture. In alto rispetto alle biciclette esposte c’erano le “gomme” che eselavano il tipico odore della vulcanizzazione che già si sentiva dal marciapiedi.
Superato l’austero portone c’era l’ingresso alla casa. Subito a sinistra c’erano le scale per salire ai piani superiori, continuando nel ciotoloso cortile era ben visibile una discesa brusca. Là sotto c’era l’officina del Colleoni. Le biciclette erano un bene prezioso e spesso andavano in riparazione. Le strade, probabilmente, non in perfetta condizione oltre a forare i copertoni creavano seri problemi ai telai. Un mantice sempre acceso sulla fucina consentiva saldature o adattamenti per salvare un bene così prezioso: con la bicicletta si andava a lavorare, con la bicicletta si andava a passeggio tenendola con una mano sullo snodo del manubrio: uno status simbol d’antan. Dell’officina ricordo l’odore del freddo, GianCarlo era l’unico operaio. Questo pover uomo lavorava nella semioscurità, il suo volto era segnato dal nero del carbone che bruciava nelle fucina, il suo corpo avvolto nella tipica tuta azzurra dei meccanici di una volta. C’è, di quel girone dantesco, un ricordo che è indelebile: sono gli occhi bianchi ed i suoi denti che risplendevano in quell’antro oscuro.
Ma il Taviani del titolo?
Quello stava al primo piano, sullo stesso pianerottolo dei miei nonni.
A domani.

Lascia un commento