Il Taviani che puzzava di pittura, parte 2a

Salendo le scale tra un piano e l’altro di un qualsiasi condominio dei giorni nostri si percorrono due scale. All’epoca dei miei nonni le rampe erano tre, seguivano il perimetro del vano scale lasciando libero accesso ai due appartementi che si trovavano sul lato in piano. Al primo piano di via Camozzi, 70 c’era la sartoria di mio nonno, dapprima solo bottega poi per necessità d’amore divenne casa-bottega. L’atelier esordì nel 1919 con cinque nerissime Singer ed altrettante lavoranti, il pret a porter era lontano anni luce. Si imitavano i modelli delle riviste di moda, si ritoccavano i capi secondo il cambio di taglia ed infine per i meno abbienti si rivoltavano giacche e cappotti.
La bottega del nonno si trasformò in abitazione semplicemente spostando le macchine da cucire dal’ultima stanza dell’appartamento trasformando così quel locale in alcova, il locale che lo precedeva divenne la stanza delle prove, piena di specchi; andando a ritroso un grande locale divenne il laboratorio, là c’era un grande tavolo dove il nonno “tagliava” la stoffa dopo aver disegnato sul tessuto con il gessetto bianco forme appiattite di maniche o di gambe, la nonna “imbastiva”, venivano quindi applicati degli strati di tessuto ecrù nelle zone idonee per dare maggior consistenza e cuci e ricuci finalmente la giacca dava un senso alla sua esistenza. I revers del collo venivano applicati di seguito, le asole che si maritavano con i bottoni venivano scrupolosamente “orlate” dalla nonna; una lavorante si occupava solo dei pantaloni, dopo il taglio del nonno, ma questa è una cosa che non mai capito. Con malizia mi vien da pensare che in epoca sartoriale la domanda che veniva posta ad un uomo era: -”Dove batte? A destra o a sinistra?”- Il misterioso soggetto che avrebbe dovuto “battere” era il pene che notoriamente ha una sua abitudine logistica e forse per gelosia o pudicizia c’era altrui persona che si occupava dei pantaloni che all’epoca erano solo diritto degli uomini.
La cucina funzionava secondo appuntamenti. Se c’erano delle prove si cucinavano cibarie che non potessero dare l’idea che quella oltre ad essere una sartoria fosse anche una casa.
Quando invece la casa-bottega era solo in produzione dalla cucina economica arrivavano profumi di paste ripassate in padella, quasi fritte, ed ancora crocchette di patate, il rostbeef con il prezzemolo e l’aglio, la pasta e fagioli che tanto faceva ridere il nonno per gli effetti collaterali. Ricordo tanta serenità, ricordo il sole che entrava da quei vetri che poco avevano a che fare con la trasparenza, già anche i vetri delle finestre erano fatti manualmente ed era impossibile produrli dello stesso spessore per tutta la loro linearità, quindi in alcuni punti erano leggermente più spessi dando quindi una sensazione ottica d’ingrandimento, mentre in altri erano stati piombati perchè all’epoca se si rompeva un vetro si sostituiva solo la parte lesa saldando il resto del vetro integro con una colata, sottilissima, di piombo.
Nella casa aleggiava l’odore del toscano del nonno, talvolta il fumo era così persistente che si poteva palpare; detestavo quella puzza come i baci che il nonno che mi schiaffava in faccia con l’odore acre del tabacco, ma evidentemente se ancora oggi ne parlo è stato un uomo che ho molto amato ed il fumo è diventato anche un mio vizio.
La minestra della nonna.
Lavorando dove poi si mangia si ha una dimensione del tempo che non ha limiti nelle cotture dei cibi. La nonna sapeva fare solo una pietanza: la minestra, che detto così sembra uno sfottò, ma non è assolutamente vero. Dalla sua la nonna aveva il tempo che a quell’epoca era un bene non molto stimato infondo c’era e la frenesia dello stress era anch’essa lontana. I componenti della minestra erano quelli che anche oggi possiamo trovare dal verduraio: patata, carotola [intesa come carota nella dizione italiana], sedano che cuocevano nella stessa pentola, una sorta di fiasco in metallo, l’acqua sobbolliva così lievemente nel buco lasciato libero dai cerchi concentrici della cucina economica che non se ne sentiva il borbottio, ma i profumi dopo poco tempo erano netti. La carota ed il sedano dopo lunga cottura venivano tolti mentre la patata si era completamente sfaldata venivani aggiunti degli spaghetti spezzettati per la bisogna e continuava così la cottura. Il risultato era densa minestra, eterea, profumata; una banale minestra che pur impegnandomi non riesco a riproporre seppur aggiungendo un pezzo di dado che la nonna ovviamente non conosceva in qualità di donna ottocentesca.
Ma il Taviani?
…era un pittore che talvolta dipingeva alla porta accanto e…
a domani



