Finalmente il Taviani e le sue puzze

Le porte di quei tempi erano altissime e avevano una doppia battuta. La prima, la più esterna, era di legno; la seconda era più gracile con vetri per sfruttare al meglio qualsiasi fonte di luce, la guerra era finita da solo tre lustri e l’economia era agli inizi dal divenire.
La porta dei nonni veniva aperta tutte le mattine mentre quella del vicino di pianerottolo era spesso chiusa come fosse notte. Io chiedevo i “perchè” tipici dei bambini. Le risposte erano aleatorie: -”Starà dormendo!” Sarà via! Avrà bevuto troppo!”-
Così si formò in me il massimo della curiosità che un bimbo possa immaginare.
Dietro quella porta doveva esserci un tipo speciale, uno che certamente non lavorava come facevano papà, mamma e nonni compresi; avevo inteso che una donna di tanto in tanto rassettava la casa e preparava del cibo per quell’uomo. Di certo la sua abitazione puzzava, quell’odore usciva sul pianerottolo e talvolta infastidiva sino ad arrivare in cucina dei nonni.
Poi venne il giorno, anzi il pomeriggio probabilmente primaverile, tornando dalle scuole vidi sulla soglia della porta puzzolente un individuo con un grande cappello di lana sulla testa, il suo corpo era avvolto da un camiciotto bianco troppo grande per la sua corporatura. Mi fece un cenno con la mano che richiamava verso di se, entrai incoscio. Le porte erano tutte aperte. Non conoscevo il termine: -”Bevuto troppo!”- ma quell’uomo era strano. L’appartamento era completamente diverso da quello dei nonni, quest’uomo aveva una serie di vetrate che illuminavano quell’unico vano come se la luce appartenesse all’ampio locale. C’erano cavalletti di legno in ogni dove, capii solo in quel preciso momento da dove veniva la puzza: era la trementina con la quale il pittore rendeva fluidi i suoi colori. La visita nella sua casa divenne sempre più curiosa per gli occhi di un bambino e forse l’arrivo della signora che l’aiutava mi diede più tranquillità.
I quadri non avevano nessun valore per me, mentre il silenzio era incombente.
La donna scopando il pavimento disse una frase che ancora oggi mi raggela: -”Nello è sordo-muto, ma è ricco”-
Nello Taviani, fratello del politico in apertura godeva degli appoggi parentali e capitolini, forse solo per quello vendeva i suoi quadri; rivisti a oltre quarantanni di distanza dai momenti che sto narrando non rappresentano nulla che stimoli l’animo dell’osservatore: spogli rigagnoli di campagna, piatte vedute campestri. Chissà forse bevava troppo, come mi dicevano ed i suoi ricordi erano infantili.
Dopo il primo contatto spesso mi chiamava nel suo studio-dormitorio, pare infatti che non mangiasse, i suoi mugolii fatti semplicemente di aria che impattava con il cavo orale, il suo lento movimento delle mani perchè dal mio labbiale potesse “vedere” le mie parole. Diventammo amici. Un uomo anziano ed un bimbo.
Nella grande stanza ho passato molti pomeriggi mentre lui dipingeva, la sua puzza era diventata quasi sopportabile, diventai un suo soggetto da ritrarre ed incredibilmente con il suo faccino dentro quella berretta troppo grande scoprii che anche i sordo-muti ridono, sì ridono come noi con lo stesso tono, con la stessa allegria.



