Il frigorifero fa l’eco.

Lo sguardo è di quelli mesti, oltre a qualche bottiglietta di soft drink il gigante vuoto proponeva: patate americane, un paio di cosciette di pollo che reclamavano il sacchetto dell’umido , un uovo che troneggiava nella confezione in plastica, uno, insignificante anche per la frittatina ad uno gnomo e a seguire il sodalizio di salse da poter stendere sul pane. Il freezer purtroppo non conteneva nemmeno un misero panino.
Le soluzioni in lista erano contrastanti: la solita pizza ordinata telefonicamente o l’ingegno. Opto per la seconda dando per certo che i formaggi non mancano mai, ma il formaggio senza il pane è come una donna senza le tette.
Metto a bollire l’acqua, non si sa mai, anche una gricia senza pancetta potrà essere una soluzione: pasta, pepe e pecorino ci sono.
Burro, cerco il burro perchè nella mente mi sollazza una ricetta. Burro inesistente e se ci penso da molti mesi. Trovo del latte e m’invento una besciamella con base di olio a calore molto delicato, v’incorporo della farina rimesto piano e gratto della noce moscata in abbondanti dosi.
Accendo il forno, non si sa mai.
Il dado è tratto. Non quello glutammato.
Cubetto la patata americana e la cuocio per pochi minuti nell’acqua che nel frattempo aveva preso bollore, aggiusto la besciamella con il latte che vigorosamente viene incorporato grazie al frullatore d’immersione. Preparo la terrina, riduco in piccoli dadi un asiago stagionato, avessi del gruyere…verso la densa besciamella sul fondo aggiungo il formaggio e quindi metto nel forno per un paio di minuti. Uno “finto profumo” di raclette aleggia in cucina, tolgo la terrina incorporo le patate e rompo l’uovo, unico e importante su tutto, delicatamente ricopro con la besciamella avanzata sino a coprire al limite il tuorlo come in alba boreale. Il tutto ritorna in forno per un colpo di grill penso che l’opera potrebbe degnamente chiudersi lamellando il nobile tubero ma m’accontento di una fresca macinata di pepe nero.
Dal vetro del forno pare che il risultato sia di buon effetto, oltre alla solita scottata con qualche parte ustionante finalmente la terrina bollente arriva sul tagliere di legno.
In cucina i profumi prendono consistenza, guardo il frigorifero e inevitabilmente gli faccio il gesto dell’ombrello.
Il piatto da oggi ha un nome: Echi di Freon



