
Non ho scritto” il” ma” i”; il prodotto interno lordo sappiamo tutti cosa è, sembra una defecatio a cui togliere la tara: ignonimie dei tempi moderni!
No i P.I.L. siamo noi.
Pubblico Isterico Latrante
Domenica.
Milano ore 10: Bossi riceve fischi dalla base del suo partito, vogliono la voce di Maroni. Il generale non molla, lo scettro è ancora nelle sue mani ma per quanto abbia ascoltato per un paio di volte il suo laconico discorso ho capito una parola su dieci. Potere dei potenti, come sempre; un popolo insucuro e stolto difficilmente ti volta le spalle.
Sede Rai: l’ Annunziata riceve il premier Monti nel suo “In 1/2 ora”.
Dire che l’ex Magnifico Rettore della Bocconi è stucchevole, allappante come un vino di basso pregio e imbevibile è dire poco. Mi sono impegnato, ma il sciur Monti non mi ha convint;, anzichè porsi come vertice, nel mio sentire mi ha fatto sentire ancora più isterico. Per chi si fosse forso “la lezione“…
Scritto da guyciman alle 14:54, in Guerra
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Il primo dei concetti del “vivere” terreni è la mancanza dell’ eternità.
Principio al quale difficilmente ci si arriva dopo tempi di onnipotenza giovanile, di grandeur con quattro soldi in tasca e di sicurezza professionale conclamata negli anni.
Tutto può cascare, anche un solo aglomerato di neve ghiacciata sino a formare una valanga.
Niente è più flessibile del proprio desiderio rispetto all’accadere degli eventi.
Siamo fragili. Hai voglia di gonfiarti il petto e battertelo come un gorilla; calpesti un terreno ed un percorso pieno di spine e non sei una scimmia.
Così il mio pensiero va ai defunti di un’ agognata crociera.
Scritto da guyciman alle 14:28, in Bassa pressione
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Nei condomini orobici c’è il bidone per la carta: verde; quello blu per il vetro, spesso sono esterni; mentre i più minuti contenitori per i rifiuti organici sono spesso nascosti, come a fintare “cosa” ciascuno butta via alla faccia della fame.
Il blu, quello dei vetri, era la mia seconda deiezione mattutina, prima i bisogni della mia labrador poi le bottiglie. E’ stato un momento difficile. Avevo in casa un’amica di amici, londinese puro sangue come può essere l’apertura pomeridiana dei pub. Alle cinque in punto si apriva la mia cucina con tanto di gin e acqua tonica. Alle 6 p.m. l’acqua c’era ma il Gordon’s Gin era sempre agli sgoccioli, credo di aver aperto una ventina di giallo etichettate bottiglie di gin. Chiunque passasse da casa mia – vigliacca la Eva se avesse voglia di un’aranciata- . Ma ho cercato di fregarli… finita la Schweppes.
Inutile pensare che non ci fosse un escamotage: gin and orange is wonderful !
Ho riempito due bidoni di bottiglie, perchè sia a pranzo che a cena il red wine è molto gradito.
In mezzo: un paio di salami, due scofanate di funghi secchi [ migliori quelli di Andalo rispetto a quelli di Bormio] accompagnati da polenta bramata ovviamente fumante. Notevole un aspic, in gelatina per intenderci, di un cappone passato inosservato in uno dei tanti convivi in altrui famiglia.
Voglio una mozzarella, non troppo impegnativa, anche un primo prezzo… circa 80 grammi; come certe tette che ho dimenticato.
Scritto da guyciman alle 15:26, in Il traffico della vita, Senza categoria
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La matematica non mi è mai piaciuta, ma la sera di San Silvestro mi sono piaciuto per deduttività: 10 tavoli ai quali si siedono 12 persone fa proprio 120; un inizio di senilità aiuta anche nei conti pratici!
La location non è banale anche se massiva ma una vasta area del salone principale era destinata alle danze quindi molti tavoli in meno. Ad una festa di solito si va per divertirsi non certo per sfamarsi ma l’italiano tipo quando vede un buffet diventa improvvisamente molto ragioniere, quasi fantozziano. Io ho “mangiato” solo pochi minuti dopo la coda da evacuazione in aeroporto da un isola in preda a un dittatore: il cibo era caldo a dovere e le “eventuali” fami ataviche da pappa erano tranquillamente colmabili.
Il pubblico astante era vario: chi troppo agghindato e troppo catramato in testa, le signore talvolta troppo spaccate nel vestito. Alcuni ,semplicemente, erano assorti nei loro pensieri.
Ed eccolo l’aforisma, involantario di un giovane al mio fianco:
… ognuno ha la propria giugla per rifugiarsi, anche io ci vado tutti i giorni…
Chapeau!
Scritto da guyciman alle 15:03, in Il bello della vita
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L’ultimo mio scritto in questo diario risale al 14 di questo mese. Poi, poi silenzio.
Ci sono i detti popolari che indicano il fondo del barile come ultima e ovvia risalita, ma pare non essere così.
Per me è difficile. Gli eventi, non in senso stretto di mondanità, mi hanno imposto un minimo di silenzio. Sono un uomo e non un giovane blogger che dentro questa macchinetta rigurgita tutto quanto non riesce a passare dallo stomaco ed in quanto adulto talvolta un minimo di silenzio è doveroso per se stessi e per evitare un pietismo di basso profilo. La vita non è spesso quella che vorremmo, ci sono malattie, ci sono paletti o per meglio dire una voglia di vivere semplicemente come, come andava qualche tempo fa… .
Ho fatto il mio compitino: ho mandato gli auguri Natale, ma dopo una cernita!
Ho devastato il letto cercando di dormire nella notte.
Ho cercato di creare pace intorno a me. Queste Feste lo pretendono, nel telefonino ho trovato messaggi così farisei e bugiardi [dopo cernita!] che mi vergogno di avere nella mia rubrica “certi” numeri di telefono.
L’unica che si è dimostrata coerente, aconfessionale sotto tutti gli aspetti è stata la mia labrador, Dada. Per lei che fosse Santo Stefano o un qualsiasi altro giorno dell’anno trovandosi un bel pezzo di carne già cotto e ben riempito d’intrugli tritati a portata di un metroemezzo da terra ne ha ha fatto incetta, lappandosi la bocca per mia distrazione, ovviamente durante una mia brevissima assenza.
Questa sera troverò un qualsiasi oggetto da gettare e lo butterò, come evoca una vecchia tradizione partenopea, non dalla finestra ma semplicemente nell’immondizia.
Al nuovo anno, prosit, ma senza troppe aleatorie speranze.
Scritto da guyciman alle 15:20, in Il traffico della vita
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Io ero piccoletto e come tutti i bambini curioso. Papà aveva una modesta Fiat 600, e se la memoria non m’inganna di colore bianco, l’interno non lo ricordo, ma ricordo la postura che avevo quando si andava con la vettura: piedi ben appoggiati sui tappetini posteriori, quel tanto che bastava a lasciar spazio al tunnel che passava sotto la scocca dell’auto per il cambio delle marce: il motore era dietro, ma la mia attenzione era davanti: sentire cosa si dicevano i grandi a quell’epoca era uno sprono per capire la vita.
Ed è così che venni a conoscenza di un uomo particolarmente brutto.
In modo gergale mio padre rivolgendosi a mia madre diceva di quell’uomo gobbo: …qualcuno non ha pagato qualcosa… . Era l’esattore. Poi come spesso capitava mio papà ripeteva ridendo, sempre in gergo, che ancora non capivo, che l’esattore doveva ancora un paio di vestiti sartoriali al suo papà, nonchè mio nonno.
Quel signore, unico esattore in città, si chiamava Crispino; aveva sempre il toscano spento in bocca, un cappellaccio portato alle ventitre e la cartella, che aveva comunque un manico, sempre sotto l’ascella. Camminava bolso e lento e guardava sempre per terra. Della sua vita in giro per la città a esigere pagamenti per una bolletta non pagata non so molto, mentre mi ricordo perfettamente i racconti di mio papà circa la presa delle misure sartoriali di mio nonno sul corpo di Crispino: d’inverno i pantaloni dovevano essere un poco più grandi perchè d’inverno è possibile ingrassare, e detto da quest’uomo fuscello crea ilarità, il nonno in nome della sua professione si rifiutava di vedere un paio di pantaloni trattenuti in vita da una cintola, ma come sempre anche la giacca aveva i suoi artificiosi dilemmi sartoriali, ebbene le maniche dovevano essere abbastanza lunghe per poter coprire, parzialmente, le mani nelle giornate più fredde, così come la lunghezza della giacca doveva essere decisamente più lunga perchè Crispino non aveva i soldi per permettersi un cappotto. Mi venne detto poi che il nonno confezionava questo abito senza mettere la sua targhetta sartoriale all’interno della giacca e ancor meno sulla fascetta dei pantaloni. Il vestito non aveva ovviamente bisogno di prove e veniva consegnato nel più profondo silenzio, anche quello economico.
Così andava con gli esattori agli inizi degli anni ’60.
E oggi?
Il Direttore Generale di Equitalia si deve aprire la posta, nessuna segretaria, nessun sottoposto, insomma un pirla qualsiasi che deve gestirsi l’ufficio.
Gran brutta vita quella degli esattori.
Scritto da guyciman alle 14:53, in Guerra
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Ieri mattina, qui in terra orobica, non si vedeva a pochi metri di distanza; poi un sole insolente e poco duraturo ha riscaldato quel poco il terreno tanto da rendere ancora più invasiva la nebbia. Domenica da stracotto e polenta fumante o meglio ancora: di una zuppa di cipolle; seguendo il fil rouge io ho mangiato dei porri appena sbollentati con una iperdose di parmigiano conditi goccia a goccia con un olio di tartufo. Volevo morbidezza quindi un veloce passaggio in microonde mi pone davanti agli occhi un piatto di sublime bontà con l’inevitabile successiva flatulenza orale. Avevo tutto: il cibo, il vino e due quotidiani ancora intonsi.
Si comincia con il primo porro filante nel suo formaggio e profumato; i meccanismi dell’alimentazione sono da tempo immemore conclamati ovvero portare con la mano destra, per i mancini, il cibo è un gesto che s’impara sin da piccoli con la sinistra sempre da piccoli si può giocare mentre da grandi viene spontaneo fare altre cose come quella di “sfazzolettare” un quotidiano. Il secondo porro pare un ciliegina, secondo il vecchio detto che una tira l’altra ma c’è qualcosa in prima pagina del Corriere della Sera che mi turba. Un editoriale che penso abbia rovinato la domenica a tanti italiani: -Caro Presidente no, così non va-
I porri finiranno con uno slappo palatale con un poco d’amaro in bocca non certo organolettico.
Vedere poi un Ministro che piange nell’enunciare un piano anticrisi mette un certo stato d’angoscia.
Il sangue è ancora lontano, per ora solo pianti e voglio augurarmelo.
Scritto da guyciman alle 15:01, in Bassa pressione
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Gioco a tennis da qualche lustro tutti i sabati del mese con un caro amico, dalle 11 alle 12 come fosse una messa ordinata. Lui ha una quindicina di anni in più di me ma ha posizione in campo, scaltrezza e quel tocco di fortuna che non guasta mai in tutti gli sport. Giovane formato nel calcio a discreti livelli, poi tennista da oltre quarantanni, per me tenere il suo gioco e raramente vincere era comunque la giusta caparbietà perchè mai bisogna arrendersi. Negli ultimi tempi le mie vittorie non erano estemporanee ma semplicemente giocate in funzione di una sua maggiore fallosità, di quelle giornate che il tuo avversario forse non ne ha tanta voglia.
Il leone che andava a “prenderle tutte” non è più in forma, si appoggia alla racchetta da tennis appena va in affanno, si siede per riprendere fiato; la grinta c’è tutta ma ora e spero sia solo per ora, le gambe non rispondono. Tutti i leoni non manifestano disagi o difficoltà, rimangono al palo sperando passi il momento di vita da preda facile, anche in un campo di tennis.
Vorrei rivedere in campo quell’uomo vanaglorioso ma temo che i tempi siano senza biglietto di ritorno e un giorno toccherà anche a me.
Scritto da guyciman alle 15:07, in Il traffico della vita
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…continua e ancora continua
Una delle attività dei monegaschi pseudo-residenti è quella di farsi vedere in giro la notte; il mattino è cosa da lavoratori, andare in spiaggia prima del pomeriggio inoltrato è simbolo ,conclamato, di inettitudine. Così mi riferiva Jamila. Sopra, verso la Corniche ci sono i fornai, qui i croissant sono tutti surgelati e buttati nei forni di presta mattina, ma sono molli e immangiabili.
Io, tra le voglie della mia vita non antepongo quello di farmi vedere verso le tre della notte fuori dall’Hotel de Paris, anzi vorrei essere nudo come un verme a russare a mio piacimento in qualsiasi letto. Jamine mi guarda, indaga con quegl’occhi così bianchi che l’iride pare perdersi, poi come in un fremito d’allegria picchia con naturalezza sul cristallo del tavolino su cui ci eravamo seduti fuori dal suo albergo; un pinguino vestito da cameriere accorre con discrezione.
- …se tu sei ubriaco io sono una finlandese, quindi cosa vuoi?
Un Bloody Mary light e un pezzo di pane sempre che dal monte l’abbiano portato. Questa fu la mia risposta ne ilare e tanto meno sarcastica; si veleggiava verso l’aurora. Dei giocatori nemmeno l’ombra: io aspettavo i miei amici e lei suo padre. Non mi stupì la richiesta della Milla capitolina: una doppia mousse al cioccolato. Il giovane impettito non aveva biglietto di comanda perchè a quell’ora tutti erano da qualche parte ma non certo in albergo. Jamine toccò con il suo anello appena-appena il cristallo del tavolo. Il cameriere ritornò sui suoi passi e chinandosi lievemente aspettò la successiva richiesta che non tardò. Le mie due mousse le voglio in una scodella bianca, quella dove si beve il latte, e mi porti delle cialde, tante.
Arrivò tutto secondo richiesta. Il mio pane era aromatizzato con erbe provenzali, il drink sufficientemente leggero. La “scodella” dove avevano montato a neve il cioccolato purissimo aveva delle porosità così simili fra loro da farne un’opera d’arte nelle cucine di grande albergo; su un alzata in argento primeggiavano delle lingue di gatto ancora fragranti; lei intingeva nel cacao mentre io piluccavo il pane nel pomodoro rafforzato.
La sua domanda fu inquietante: – perchè non mi fili…
Forse strabuzzai gli occhi. -… significa?…
…sei l’unico italiano che non ha ancora cercato di allungare una mano anche solo per gioco…
Le ore nella notte paiono essere dei secoli. Comunque era vero che pur vedendo quel corpo ben proporzionato non avevo pensato al sesso, una priorità mi soccombeva: il sonno da comune mortale e non da monegasco; avevo mangiato in una pizzeria italiana che si trova limitrofa al Museo Oceanografico, avevo chiesto una banale pizza margherita e come compagnia una Falanghina [mi risposero che quella se la bevano loro ma ci misero un sorriso], comunque l’uva ischitana arrivò celata da un tovagliolo a quadri bianchi e rossi. E poi avevo vagato bevendo dei Gin Tonic. Jamine, incontrata nella notte, mi aveva raccontato della sua mamma romana e del suo babbo Sultano. La prima affascinata dall’Africa, mentre il padre sorrideva delapidando l’unica vena aurifera che fosse stata trovata nelle sue proprietà. Mamma era rimasta in Africa, babbo voleva sperperare in Europa.
-…perchè non ti corteggio, bella domanda! …ma non riesco a risponderti…andava bene così, due strani individui in grande piazza senza niente da fare. Tutti qui.
Jamine ritoccò il cristallo del tavolo con quello strano movimento della mano che appoggiata lievemente toccava appena con l’anello sul pollice destro quel richiamo verso il cameriere; infatti il pinguino arrivò in simultanea allo squillo del mio telefono: …dove sei?, dove sei finito? Io risposi tranquillo che ero nelle vicinanze del Casinò, pochi minuti e sarei arrivato, ma se volevano andare verso la Cournice per recuperare la vettura mi avrebbero trovato davanti alla sala dei divertimenti della Société des Bains de Mer, insomma ora a me servivano ancora un paio di minuti. Solo in quel momento mentre il cameriere portava il conto che fortunatamente Jamine siglava per la sua camera, solo in quel momento mi resi conto delle dita affusolate e lunghissime, senza smalti. Solo ora guardandola alle prime luci dell’alba mi rendevo conto che avevo passato alcune ore con una donna di indubbia bellezza.
Si tolse quell’anello dal pollice e pensai che non avesse più nulla da chiudere al cameriere, anzi forse stavano cambiando i turni. Prese quella fascetta metallica e se la mise tra i palmi delle mani, ci giocava.
Io, disse per se, io in Africa ci ho vissuto, i miei avi sono animisti, le fortune come il denaro sono cose che passano, gli oggetti mai.
Non piangeva e non era triste, ma mi stava dando un pezzo della sua vita: cercò il dito della mia mano sinistra per poter posizionare l’anello e trovò la giusta misura nel mio mignolo; all’interno c’era il logo del più prestigioso gioielliere mondiale e con lo stesso carattere in stampatello marcato il suo nome: Jamile.
Scritto da guyciman alle 16:30, in Il bello della vita
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…continua
Io stavo scalciando delle improbabili pietruzze in terra, lei picchiava i piedi per terra.
Io cercavo di uscire da una sorta di torpore, mentre lei correva freneticamente un poco di qui e altrettanto di là. Sassi in terra a Montecarlo non se ne trovano ma ancora più strano era pensare d’ incontrare una teatrante che ripercorre passi di danza verso le due della notte nella Piazza del Casinò. Lei mi chiese … hai perso tutto… ed io risposi …non gioco; e di rimbalzo… e allora cosa ci fai qui… , con la poca calma che ancora avevo risposi semplicemente che… aspettavo degli stronzi che nemmeno mi rispondevano al cellulare e che purtroppo ero con la loro vettura. Lei, con naturalezza disarmante mi disse che una volta passati sotto una porta d’accesso del Casinò nulla di elettronico poteva essere usato al suo interno: troppi erano stati i furbetti cinesi con software installati nei telefonini a sbancare i programmi di gestione delle “macchinette”, quindi la Société des Bains de Mer aveva inserito uno sbarramento elettronico all’ingresso del più ambito Casinò europeo. I telefonini erano quindi fuori uso.
Dovevo attendere e anche Lei attendeva, io aspettavo di potermi mettere in un letto, mentre lei aspettava il sole: nella sua stanza d’albergo la climatizzazione era giunta a livelli d’ibernazione e l’uomo della notte alla reception non sapeva come sistemare il guasto, ecco i passi di danza in strada.
Hai mangiato? …mi chiese. Sì, risposi, ma ho anche bevuto.
La Perrier davanti ai miei occhi era un consapevole” buon ritiro” dalle sostanze alcoliche.
Io mi chiamo Jamila, ma a Roma mi chiavano Milla e tu?
Continua.
Scritto da guyciman alle 15:04, in Il bello della vita
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