Stazione Paradiso

8 febbraio 2010

Follie iper o iperfollie e poco cambia

Quando arrivarono i quotidiani in formato tabloid, ci furono meno liti sui treni nel momento dello svoltamento di pagina che spesso intercettava involantariamente il gomito del lettore con la mandibola dell’ignaro passeggiero che stava recuperando le ore perse dal sonno in una siesta mattutina dovuta del pendolarismo.
I tabliod domenicali sono di solito più consistenti per numero di pagine, la gente ha più tempo e, forse, legge di più.
Ieri, domenica, mi sono trovato un indesiderato cadeau cartaceo nella corrispondenza ancor più pesante de il -The Guardian- in formato festivo.

Carta e penna dei giorni nostri ed ho mandato questa mail a questi folli:

In controtendenza ad una sentenza già posta in essere dal Giudice di Pace di Bari avv. Giuseppe Frugis in data 22.12.2003.

Tale sentenza che si presenta abbastanza motivata in ogni sua parte:
1)- La società condannata non é quella che ha distribuito il materiale pubblicitario, bensì due Società di grossa distribuzione e vendita di beni.
2)- La sentenza è motivata sotto il profilo della responsabilità perché la immissione di volantini pubblicitari nelle cassette postali era avvenuta in aperta violazione di un divieto. E tale divieto trova una sua giustificazione, tra l’altro, nel diritto di preservare la propria «privacy» messa in pericolo dalla dispersione della posta ordinaria.
3)- Per quanto riguarda il risarcimento del danno, esso è stato contenuto in via equitativa nella misura di euro 200,00 in virtù della ricorrenza del «danno esistenziale» riveniente dalle «modalità di esecuzione del volantinaggio» in virtù di una «pubblicità selvaggia ed indesiderata».
Il Giudice nel bilanciamento degli interessi nell’esercizio dell’attività commerciale e di quelli riguardanti il diritto alla “riservatezza e tranquillità” ha ritenuto prevalente quest’ultimi beni attinente alla sfera strettamente individuale.

In tal senso sono a diffidarvi dal recapitarmi nella mia cassetta postale vostro materiale pubblicitario.

Vorrei peraltro sottolineare che:

- la casa madre Iper la grande i nel suo sito non ha possibilità di contatto mail;

- chiunque si interessi di servizi al cliente non può pensare di intercettare nuovi acquirenti con un giornaletto dal nome Iperfollie così ENORME da non poter nemmeno entrare nella cassetta delle lettere seppur vietato.

Non sono un vostro cliente e dopo questa gravosa usurpazione postale non credo che entrerò mai in un vostro centro vendite.

Le iperfollie, probabilmente, sono da ricercarsi nel gruppo dirigenziale.

Sicuro di un vs. ravvedimento sono a segnalarvi che la distribuzione è avvenuta intorno alle ore 12 di oggi, domenica.

Ad ora nessuna risposta, i folli di solito si rispondono allo specchio.

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5 febbraio 2010

La bamba

E’ l’argomento del giorno, come esimersi.
A Milano, quella da bere degli anni’90, la bamba girava e tanta. Attardarsi in qualche locale era un sillogismo molto comune con la bamba, dapprima andavano in bagno poi con il passare del tempo lo specchietto per il trucco delle signore divenne ben presto luogo di taglio e di riassemblamento con la carta di credito spesso dorata della cocaina.
Ho conosciuto un ristoratore che quasi piangendo reclamava le due Ferrari sniffate, ho visto professionisti di acclarata fama meneghina dire che -” … che tira solo un pò sù.”- . Ho visto benzinai con il turno notturno far girare tanta e tanta bamba.
Cosa ci facevo in quei posti?
Lo stesso che molti poi hanno smesso di fare, andare nella città da bere. Ed io a Milano ho solo bevuto!

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3 febbraio 2010

Finalmente il Taviani e le sue puzze

continua da …continua

Le porte di quei tempi erano altissime e avevano una doppia battuta. La prima, la più esterna, era di legno; la seconda era più gracile con vetri per sfruttare al meglio qualsiasi fonte di luce, la guerra era finita da solo tre lustri e l’economia era agli inizi dal divenire.
La porta dei nonni veniva aperta tutte le mattine mentre quella del vicino di pianerottolo era spesso chiusa come fosse notte. Io chiedevo i “perchè” tipici dei bambini. Le risposte erano aleatorie: -”Starà dormendo!” Sarà via! Avrà bevuto troppo!”-
Così si formò in me il massimo della curiosità che un bimbo possa immaginare.
Dietro quella porta doveva esserci un tipo speciale, uno che certamente non lavorava come facevano papà, mamma e nonni compresi; avevo inteso che una donna di tanto in tanto rassettava la casa e preparava del cibo per quell’uomo. Di certo la sua abitazione puzzava, quell’odore usciva sul pianerottolo e talvolta infastidiva sino ad arrivare in cucina dei nonni.
Poi venne il giorno, anzi il pomeriggio probabilmente primaverile, tornando dalle scuole vidi sulla soglia della porta puzzolente un individuo con un grande cappello di lana sulla testa, il suo corpo era avvolto da un camiciotto bianco troppo grande per la sua corporatura. Mi fece un cenno con la mano che richiamava verso di se, entrai incoscio. Le porte erano tutte aperte. Non conoscevo il termine: -”Bevuto troppo!”- ma quell’uomo era strano. L’appartamento era completamente diverso da quello dei nonni, quest’uomo aveva una serie di vetrate che illuminavano quell’unico vano come se la luce appartenesse all’ampio locale. C’erano cavalletti di legno in ogni dove, capii solo in quel preciso momento da dove veniva la puzza: era la trementina con la quale il pittore rendeva fluidi i suoi colori. La visita nella sua casa divenne sempre più curiosa per gli occhi di un bambino e forse l’arrivo della signora che l’aiutava mi diede più tranquillità.
I quadri non avevano nessun valore per me, mentre il silenzio era incombente.
La donna scopando il pavimento disse una frase che ancora oggi mi raggela: -”Nello è sordo-muto, ma è ricco”-
Nello Taviani, fratello del politico in apertura godeva degli appoggi parentali e capitolini, forse solo per quello vendeva i suoi quadri; rivisti a oltre quarantanni di distanza dai momenti che sto narrando non rappresentano nulla che stimoli l’animo dell’osservatore: spogli rigagnoli di campagna, piatte vedute campestri. Chissà forse bevava troppo, come mi dicevano ed i suoi ricordi erano infantili.
Dopo il primo contatto spesso mi chiamava nel suo studio-dormitorio, pare infatti che non mangiasse, i suoi mugolii fatti semplicemente di aria che impattava con il cavo orale, il suo lento movimento delle mani perchè dal mio labbiale potesse “vedere” le mie parole. Diventammo amici. Un uomo anziano ed un bimbo.
Nella grande stanza ho passato molti pomeriggi mentre lui dipingeva, la sua puzza era diventata quasi sopportabile, diventai un suo soggetto da ritrarre ed incredibilmente con il suo faccino dentro quella berretta troppo grande scoprii che anche i sordo-muti ridono, sì ridono come noi con lo stesso tono, con la stessa allegria.

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2 febbraio 2010

Il Taviani che puzzava di pittura, parte 2a

continua

Salendo le scale tra un piano e l’altro di un qualsiasi condominio dei giorni nostri si percorrono due scale. All’epoca dei miei nonni le rampe erano tre, seguivano il perimetro del vano scale lasciando libero accesso ai due appartementi che si trovavano sul lato in piano. Al primo piano di via Camozzi, 70 c’era la sartoria di mio nonno, dapprima solo bottega poi per necessità d’amore divenne casa-bottega. L’atelier esordì nel 1919 con cinque nerissime Singer ed altrettante lavoranti, il pret a porter era lontano anni luce. Si imitavano i modelli delle riviste di moda, si ritoccavano i capi secondo il cambio di taglia ed infine per i meno abbienti si rivoltavano giacche e cappotti.
La bottega del nonno si trasformò in abitazione semplicemente spostando le macchine da cucire dal’ultima stanza dell’appartamento trasformando così quel locale in alcova, il locale che lo precedeva divenne la stanza delle prove, piena di specchi; andando a ritroso un grande locale divenne il laboratorio, là c’era un grande tavolo dove il nonno “tagliava” la stoffa dopo aver disegnato sul tessuto con il gessetto bianco forme appiattite di maniche o di gambe, la nonna “imbastiva”, venivano quindi applicati degli strati di tessuto ecrù nelle zone idonee per dare maggior consistenza e cuci e ricuci finalmente la giacca dava un senso alla sua esistenza. I revers del collo venivano applicati di seguito, le asole che si maritavano con i bottoni venivano scrupolosamente “orlate” dalla nonna; una lavorante si occupava solo dei pantaloni, dopo il taglio del nonno, ma questa è una cosa che non mai capito. Con malizia mi vien da pensare che in epoca sartoriale la domanda che veniva posta ad un uomo era: -”Dove batte? A destra o a sinistra?”- Il misterioso soggetto che avrebbe dovuto “battere” era il pene che notoriamente ha una sua abitudine logistica e forse per gelosia o pudicizia c’era altrui persona che si occupava dei pantaloni che all’epoca erano solo diritto degli uomini.

La cucina funzionava secondo appuntamenti. Se c’erano delle prove si cucinavano cibarie che non potessero dare l’idea che quella oltre ad essere una sartoria fosse anche una casa.
Quando invece la casa-bottega era solo in produzione dalla cucina economica arrivavano profumi di paste ripassate in padella, quasi fritte, ed ancora crocchette di patate, il rostbeef con il prezzemolo e l’aglio, la pasta e fagioli che tanto faceva ridere il nonno per gli effetti collaterali. Ricordo tanta serenità, ricordo il sole che entrava da quei vetri che poco avevano a che fare con la trasparenza, già anche i vetri delle finestre erano fatti manualmente ed era impossibile produrli dello stesso spessore per tutta la loro linearità, quindi in alcuni punti erano leggermente più spessi dando quindi una sensazione ottica d’ingrandimento, mentre in altri erano stati piombati perchè all’epoca se si rompeva un vetro si sostituiva solo la parte lesa saldando il resto del vetro integro con una colata, sottilissima, di piombo.
Nella casa aleggiava l’odore del toscano del nonno, talvolta il fumo era così persistente che si poteva palpare; detestavo quella puzza come i baci che il nonno che mi schiaffava in faccia con l’odore acre del tabacco, ma evidentemente se ancora oggi ne parlo è stato un uomo che ho molto amato ed il fumo è diventato anche un mio vizio.

La minestra della nonna.
Lavorando dove poi si mangia si ha una dimensione del tempo che non ha limiti nelle cotture dei cibi. La nonna sapeva fare solo una pietanza: la minestra, che detto così sembra uno sfottò, ma non è assolutamente vero. Dalla sua la nonna aveva il tempo che a quell’epoca era un bene non molto stimato infondo c’era e la frenesia dello stress era anch’essa lontana. I componenti della minestra erano quelli che anche oggi possiamo trovare dal verduraio: patata, carotola [intesa come carota nella dizione italiana], sedano che cuocevano nella stessa pentola, una sorta di fiasco in metallo, l’acqua sobbolliva così lievemente nel buco lasciato libero dai cerchi concentrici della cucina economica che non se ne sentiva il borbottio, ma i profumi dopo poco tempo erano netti. La carota ed il sedano dopo lunga cottura venivano tolti mentre la patata si era completamente sfaldata venivani aggiunti degli spaghetti spezzettati per la bisogna e continuava così la cottura. Il risultato era densa minestra, eterea, profumata; una banale minestra che pur impegnandomi non riesco a riproporre seppur aggiungendo un pezzo di dado che la nonna ovviamente non conosceva in qualità di donna ottocentesca.
Ma il Taviani?
…era un pittore che talvolta dipingeva alla porta accanto e…
a domani

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1 febbraio 2010

Il Taviani che puzzava di pittura

La mia storia nasce nel centro di Bergamo, meno trafficata di ora, ma certamente già in pieno sviluppo urbanistico.
La casa dei miei nonni.
Lo stabile, grigio e cementoso, aveva tre piani; era stato costruito agli inizi del secolo scorso secondo lo stile che a quell’epoca andava tanto di moda: il portone d’ingresso aveva ad ogni lato delle colonne neoclassiche, ogni finestra aveva delle architravi triangolari ma tutto era tristemente plumbeo. Nei miei ricordi a far forza sulla tristezza architettonica ci sono gli odori di quella casa che ora è sede della Confindustria cittadina.
La casa aveva tre piani, il terzo era solaio che con molta sobrietà portava in facciata le stesse architravi che sovrastavano le finestre di tutto l’edificio.
Al piano terra c’era un ciclista, inteso come un venditore di biciclette. Colleoni era il suo nome, vendeva un marchio già famoso: la Bianchi.
Le sue vetrine erano tre o quattro, le biciclette facevano bella mostra dietro i vetri come un’utilitaria dei giorni nostri. Correvano i primi anni degli anni ‘60. Del Colleoni ricordo gli odori delle coperture. In alto rispetto alle biciclette esposte c’erano le “gomme” che eselavano il tipico odore della vulcanizzazione che già si sentiva dal marciapiedi.
Superato l’austero portone c’era l’ingresso alla casa. Subito a sinistra c’erano le scale per salire ai piani superiori, continuando nel ciotoloso cortile era ben visibile una discesa brusca. Là sotto c’era l’officina del Colleoni. Le biciclette erano un bene prezioso e spesso andavano in riparazione. Le strade, probabilmente, non in perfetta condizione oltre a forare i copertoni creavano seri problemi ai telai. Un mantice sempre acceso sulla fucina consentiva saldature o adattamenti per salvare un bene così prezioso: con la bicicletta si andava a lavorare, con la bicicletta si andava a passeggio tenendola con una mano sullo snodo del manubrio: uno status simbol d’antan. Dell’officina ricordo l’odore del freddo, GianCarlo era l’unico operaio. Questo pover uomo lavorava nella semioscurità, il suo volto era segnato dal nero del carbone che bruciava nelle fucina, il suo corpo avvolto nella tipica tuta azzurra dei meccanici di una volta. C’è, di quel girone dantesco, un ricordo che è indelebile: sono gli occhi bianchi ed i suoi denti che risplendevano in quell’antro oscuro.
Ma il Taviani del titolo?
Quello stava al primo piano, sullo stesso pianerottolo dei miei nonni.
A domani.

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28 gennaio 2010

Il fratellino al suo primo ballo

Questa sera il fratellino di Stazione Paradiso si presenta al pubblico.
Mail list, contatti personali e fatica hanno portato questo evento alla sua nascita.
Non pensavo fosse così articolato il parto d’un evento ma ciò è stato.
Inserire 11 opere d’arte, con programmazione anticipata, all’interno di un locale pare essere banale ma sono a dire che è il contrario. Il backstage, che notoriamente non è visibile al pubblico, crea adrenalina e cerca conferme in quello che sino a qualche minuto prima pensavi essere semplice e quasi scontato per le notti passate alla ricerca del perfettibile.
Sicuro di un sudato successo: Prosit!

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27 gennaio 2010

Hallelujah

Qualunque sia il nostro pensiero, oggi come domani ed ancora dopo, sino alla fine dei giorni, nessun uomo può decidere della Vita altrui.

Hallelujah

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26 gennaio 2010

I comunisti sono troppo avanti, quasi oltre l’utopia.

Vivo in una casa dotata di video citofoni, quindi chiunque entri ha un accesso visualizzato; c’è un piccolo problema che il mio condominio è abitato prevalentemente da persone over 70enni che probabilmente intorno all’orario del telegiornale serale sono in catalessi quindi aprono a tutti, vuoi per mancanza di occhiali e nell’attesa di un figlio in visita od ancora pensando alla badante che rientra dalla spesa.
Sentirsi suonare al campanello fuori la porta d’ingresso è un gran brutto segnale: i pensieri si rivolgono al signore del terzo piano che non è in perfetta forma oppure alla signora del quarto piano che è già caduta molte volte.
Cattive notizie alla porta quindi.
Guardando dallo spioncino vedo un uomo non troppo alto che aveva lasciato indelebili tracce nel mio cervello.
Apro e l’ometto non più alto di Brunetta mi pone in mano un mensile: Lotta comunista.
Come un domino all’effetto contrario rielaboro una sua precedente visita door to door.
Alla prima fu cacciato a male parole, la seconda aveva dalla sua un mio stato di trance dovuto all’assunzione di acque termali con un particolare aereosol ed alla precendente, ma di pochi minuti, apertura di un Montepulciano di media caratterialità. In questo stato torporeo lo invito ad entrare, gli spiego che insomma io non la penso proprio così, che apprezzo lo sforzo nell’identità culturale che in fondo per come la penso io lo stato sociale è focale per la buona gestione dello Stato ed ancora, ben sapendo la sua reazione, che il Capitale non può essere cancellato con un colpo d’utopia e tanto meno ai giorni nostri. Lui mi confessa di essere un medico di base, io che gli offro un bicchiere di vino.
Disquisiamo ed alla fine io con sincero sentimento di rispetto per il proseletismo che è ancora in essere nelle enclave politiche italiane sgancio l’euro richiestomi. Non avendo bambini non li ha mangiati ma con una certa igiene impostami verso del disinfettante nel bicchiere nel quale ha bevuto lo sconosciuto.
Il mensile che mi viene lasciato è vecchio di due mesi, antimperialista per definizione e organo dei gruppi leninisti della sinistra comunista; lo depongo nella zona lettura e probabilmente quella sera m’addormentai con il tipico cilicio alla testa di chi ha la sinusite che non passa.

Strani poteri occulti della cortina di ferro, ma non era caduta?
Ieri sera al mio cellulare personale ricevo una chiamata da una voce femminile suadente, mi spiega di essere l’organizzatrice di lotta comunista per una manifestazione che si terrà in quel di Milano, quindi sono ad organizzarsi per i posti sui mezzi di trasporto per la conferenza. Imbarazzato rispondo negativamente sperando che gli astanti non avessero sentito la presentazione della telefonata e solo dopo molta insistenza ho deciso di chiudere la telefonata.
L’utopia non ha limiti ma ha un numero telefonico.
Chiunque voglia il numero con prefisso cittadino di Bergamo mi scriva in e-mail.
Morale: mai dare un sassolino ad un comunista ti arriverà la sassaiola.

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25 gennaio 2010

Brad ed Angiolina: il reame attuale

Qualche settimana fa una barzelletta illustratata del più noto settimanale di enigmistica italiano rappresenteva la scenetta della mamma che racconta la favola al bimbo nel lettino e terminando il racconto pronuncia la frase solita: -” …e vissero felici e contenti.”- Chiosa poi dicendo: -” …è una favola tesoro!”-

Le favole, se così vogliamo chiamarle, vivono anche ai giorni nostri. Non più principi o principesse ma semplici bellocci del tempo che ci appartiene e nello smentire le vite dorate pare che i sogni facciano sopravvivere i più mentre la dura realtà e sempre quella: è solo una favola, quella degli altri…

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21 gennaio 2010

La galaverna, il freddo che attanaglia il cuore

Non vorrei che questa mia disquisizione fosse un discorso d’ascensore imperiato sui fatti quotidiani, ma fa un freddo prepotente.
Incontrando i più vecchi e forse meglio temprati vedi nei loro sguardi il back to the future, quando c’erano le nevicate di oltre un metro, le nebbie importanti ed il freddo che fa sbattere i denti e loro ti guardano come tu fossi un pischello che ancora deve fare strada metereologica.
In terra orobica la galaverna si è maritata con i rami delle piante ormai nudi, di giorno in giorno il suo spessore aumenta come fosse un amore da dichiarare.
Una persona che stava al mio fianco parlava del freddo che “ti fa far male al cuore”, in questi giorni ho capito di cosa parlava.

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